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Le stangate

Ricordate il film "La stangata"? E' la storia di una stangata che due imbroglioni appioppano a un fessacchiotto, soffiandogli un malloppo. Ma per riuscirci, i due devono mettere in piedi una banda di buon livello. A ripensare bene a questa storia esce fuori un curioso parallelo con l'Amministrazione Montebellese. Ci sono tutti gli ingredienti: la popolazione nella parte del fessacchiotto, la giunta comunale nella parte della banda, mancava solo la stangata, ma puntuale è arrivata anche quella, anzi ne sono arrivate addiruttura due. Il Sindaco Nisi e la sua giunta, infatti hanno approvato sia la delibera della Giunta Municipale n° 12 del 16/01/2006 attraverso la quale, l’assessore al Bilancio, vicesindaco avv. Carmelo Romeo, avanzava la proposta di aumentare del 5% le tariffe relative alla quota di depurazione e fognatura, sia la Delibera della Giunta Municipale n° 7 del 16/01/2006, attraverso la quale, sempre su proposta dell’assessore al Bilancio, si aumenta dello 0,1% l’aliquota di compartecipazione dell’IRPEF. E' bene sottolineare che, depurazione e fognatura sono servizi che, in vaste zone del territorio comunale, vengono forniti in modo frammentario o addirittura non forniti e che l'aumento dello 0,1% dell’aliquota di compartecipazione dell’IRPEF, per nostra fortuna, è quello massimo previsto dalla legge. Insomma perchè il parallelo col film capolavoro di George Roy Hill sia perfetto manca solo l'attribuzione dei sette Oscar alla giunta comunale. I nostri amministratori, comunque, sono talmente fiduciosi in una benevola valutazione da parte della giuria Holliwoodiana che si dice abbiano già acquistato frac e papillon per partecipare alla notte degli Oscar. Di cosa dovremmo lamentarci? A fronte di quei miseri aumenti richiesti avremo sette statuine d'oro sul nostro territorio.

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La storia dei Mille - Capitolo XVII

A Santo Stefano

Garibaldi aveva fretta di partire, ma non aveva fatto imbarcare le compagnie per questo. Alcuni dei suoi uomini per cattiveria o per braveria, avevano dato noia a qualcuno di Talamone, ond'egli, sdegnato, si era risolto a levar tutti da terra. Così i due vapori stettero carichi all'ancora tutta la notte dall'8 al 9; e solo all'alba salparono pel golfo a Santo Stefano, breve tratto. La cittadetta si svegliava. Viste dal porto, le sue case parevano edificate l'una a inseguir l'altra su su, per arrivare in alto a trovar i giardini, i vigneti, gli oliveti pensili tra le rocce.Vi scesero Bixio, Schiaffino e Bandi, per andare ai magazzini del governo, e in qualche modo farsi dare carbone, perché la traversata della Sicilia era ancora lunga, e poteva anche capitare di dover andare chi sa quanti giorni, fuggendo di qua e di là pel Mediterraneo, perseguitati dalle navi napoletane. Il Bandi s'accostò al custode dei magazzini e cominciò colle buone a tentarlo. Ormai sapevano tutti colà che Orbetello aveva dato armi, e in quei giorni quel custode poteva fare uno strappo anch'egli ai regolamenti. Ma colui nicchiava, e il Bandi non riusciva a convincerlo. Allora gli cadde là Bixio, che preso al petto il custode fedele, lo scosse un poco, e, miracoli di quell'uomo, il carbone andò a bordo per dir così da sé. E andarono a bordo e viveri e barili d'acqua. V'andarono anche per imbarcarsi stormi di bersaglieri, ma Garibaldi aveva promesso all maggior Pinelli di respingerli, e non li volle. Tre soli che poterono salire a nascondersi sul Lombardo, seguirono la spedizione, e divennero poi ufficiali dei migliori nella bella compagnia.

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La storia dei Mille - Capitolo XVI

La diversione

Tutto cominciava ad andare per bene: solo sembrava strano che la spedizione continuasse a stare a perdere un tempo prezioso.Ma nel pomeriggio dell'8 corse vagamente la voce che Garibaldi avesse deliberato di gettarsi nel Pontificio, per marciare senz'altro su Roma. Una sessantina di uomini, presi qua e là nelle campagne e raccolti in drappello, erano partiti sin dalla sera avanti, per la strada che, girando il golfo, mena da Talamone in Maremma. Marciava alla loro testa un Zambanchi. Era un forlivese già sulla cinquantina, quadrato, barbuto, di poca testa, assai rozzo e millantatore. E aveva fama d'esser uomo di sangue, perché nel '49, a Roma, era stato crudo contro tre preti, i quali, volendo entrare nelle città travestiti da contadini, avevano dato del capo nei suoi avamposti. Egli li aveva tenuti prigionieri; poi, senza averne ordine dal Governo, gli aveva fatti fucilare. Per tal suo fatto gli pesava addosso l'accusa di sterminatore di preti e frati, e sin d'averne colmato un pozzo.A chi non sapeva tutto, pareva che quella compagnia fosse l'avanguardia, e che la spedizione dovesse tenerle dietro. E i più giovani lo credevano, ma gli anziani no. Delle otto compagnie, Garibaldi ne aveva affidate tre a comandanti siciliani, una ad un calabrese; ora come poteva darsi che egli volesse far loro il torto di non andare in Sicilia? Però il fatto che quel piccolo drappello se n'era andato per entrare nel Pontificio a farvisi distruggere forse ai primi passi, se tutta la spedizione non lo volesse seguire, non si capiva. Vi era chi diceva che Garibaldi avesse fatto così, per levarsi dai piedi quel Zambianchi che gli era odioso: ma altri faceva osservare che forse si esagerava perché non a un uomo così fatto Garibaldi avrebbe dato da condurre quel manipolo, in cui si erano trovati a dover andare dei giovani come il Guerzoni, il Leardi, il Locatelli, il Ferrari, il Fumagalli, il Pittaluga, e avvocati, scrittori, scultori, e quattro medici come Fochi, Bandini e Soncini da Parma, e Cantoni da Pavia, e tanti altri, proprio gente già di conto. Pensavano forse meglio quelli che dicevano che il Generale aveva mandato quel manipolo nel Pontificio affinché n'andasse la voce a Roma e a Napoli, a generar confusione in quei governi; e che quanto al Zambianchi qualcuno, forse il Guerzoni, avesse l'ordine di levargli il comando, se mai venisse l'occasione di doversene liberare per qualche suo sproposito o qualche violenza.Verso sera le trombe suonarono, le compagnie si ordinarono, scesero al porto, tornarono a imbarcarsi sui due vapori. Quella tornata a bordo levò via ogni dubbio. E allora nacque negli animi una generosa pietà per i compagni partiti. Che brava gente! Avevano compìto il più duro sacrificio che si potesse ideare: perdevano la vista di Lui e l'epopea che s'erano sentita nel pensiero, per andar a crearne un episodio oscuro, non sapevano dove, pochi, bene armati, ma condotti da un uomo disamato. Parlando d'essi, molti confessavano che comandati a quel passo non avrebbero ubbidito; ma i più lodavano l'ubbidienza di quei sessanta come indizio di gran virtù, e testimonianza del più alto valore.

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Oggi si celebra la Giornata della memoria


Giornata per non dimenticare
Oggi, 27 gennaio, è la Giornata della memoria, che ricorda la liberazione del Lager di Auschwitz, avvenuta appunto il 27 gennaio del 1945, alle ore 11.59, per mezzo delle truppe russe.
Quando si aprirono i canceli del campo, tutto il mondo seppe dell'Olocausto.
Nelle scuole si leggerà la poesia di Primo Levi:
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per un pezzo di pane
che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno
Meditate che questo è stato:
scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfascia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
La necessità di ricordare è un diritto della nostra generazione, ma è un dovere delle istituzioni farlo. Ricordare è un diritto, in quanto ci riconosciamo nei valori di libertà e di democrazia della nostra Costituzione, i soli sui quali è possibile costruire una coscienza autenticamente civile. E' anche un dovere, perchè la memoria della tragica esperienza del totalitarismo nazista e della successiva Dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo sono il più importante patrimonio di esperienza che abbiamo contro il rischio di viverla di nuovo.
Ogni territorio deve avere la sua memoria. Molti cittadini del nostro comune di Montebello sono stati deportati in Germania. Ricordiamo tre, ancora viventi, in rappresentanza della frazioni comunali:
Crea Francesco, nato a Fossato Jonico il 15 ottobre 1923;
Cammara Natale, nato a Montebello il 21 novembre 1921;
Zampaglione Carmelo, nato a Saline il 21 gennaio 1921.
Essi (come tanti altri) sono ancora una nostra memoria storica per ricordare e per non dimenticare. Mi chiedo: le nostre istituzioni locali (Comune e Istituti scolastici) hanno mai pensato di raccogliere, davanti agli alunni e non solo, le loro vicende di prigionieri? Hanno mai pensato di svolgere una manifestazione come si deve, magari pubblicando le loro memorie? Hanno, cioè cercato di dare un senso reale e non soltanto nell'immaginario, a questa giornata particolare?
Un appello che è circolato nelle scuole d'Italia recita: "Se non noi, chi altri deve farlo? E se non ora, quando?"

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La storia dei Mille - Capitolo XV

L'Artiglieria e il Genio

Perché fu allora cosa inaspettata, si narra qui un po' fuor di posto che in Talamone fu pur formata l'Artiglieria. Fin dalla prima ora della sua discesa a terra, Garibaldi aveva visto nel vecchio castello una colubrina, lunga come la fame, montata su di un cattivo affusto, a ruote di legno non cerchiate, e pel logoro di chi sa quanti anni divenute poligonali. Portava in rilievo sulla culatta l'anno del suo getto, 1600, e il nome del fonditore Cosimo Cenni, certo un toscano. Una delle maniglie in forma di delfino le era stata rotta, ma due segni di cannonate ricevute le facevano onore. Forse non aveva mai più tuonato dal 9 maggio 1646, quando novemila francesi condotti da Tommaso di Savoia erano giunti in quel golfo su d'una flotta di galee e tartane. Adesso là nel castello non faceva più nulla, e Garibaldi se la prese.Il giorno appresso, vennero da Orbetello tre altri cannoni, uno dei quali non guari migliore della colubrina, ma due erano di bronzo bellissimi, alla francese, fusi nel 1802. Sulla fascia della culatta d'uno si leggeva "L'Ardito" su quella dell'altro "Il Giocoso". I nomi piacquero; convenivano agli umori di quella gente. Quei cannoni non avevano affusto, ma laggiù in Sicilia qualcuno avrebbe saputo incavarseli, e per questo c'erano tra i Mille i palermitani Giuseppe Orlando e Achille Campo, macchinisti valenti, i quali difatti fecero poi tutto alla meglio sei giorni appresso.Ma chi aveva dato quei cannoni?Garibaldi aveva mandato il colonnello Turr, al comandante della fortezza di Orbetello con questo scritto:"Credete a tutto quanto vi dirà il mio aiutante di campo, colonnello Turr, e aiutateci con tutti i mezzi vostri, per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza della patria."Il comandante, che era un tenente-colonnello Giorgini, quando lesse quel foglio si dovette sentire un grande schianto al cuore. L'aiutante di campo di Garibaldi gli chiedeva delle munizioni! Impossibile.Ella è militare, - disse al Turr - e sa che cosa significhi consegnare le armi e le munizioni di una fortezza, senza ordine dei capi.Ma se gli ordini li riceveste dal Re? - rispose il Turr - basterà che gli inviate questa mia lettera.E lì per lì, sotto gli occhi del Comandante, scrisse al conte Trecchi, notissimo aiutante di campo di Vittorio Emanuele:
"Caro Trecchi,Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra spedizione sono rimaste a Genova; ora preghiamo Sua Maestà di voler dar ordine al Comandante della fortezza di Orbetello di provvederci con quanto più può del suo arsenale.Colonnello Turr."
Porgendo la lettera al Comandante, il Turr gli disse che siccome la risposta non verrebbe se non forse in una settimana, su di lui Comandante peserebbero tutte le incalcolabili conseguenze di quel ritardo; lo informò della spedizione; lo accertò dell'intesa tra il Re e Garibaldi; insomma seppe far tanto che quell'ufficiale, solo facendosi promettere che l'impresa non sarebbe volta contro gli Stati del Papa, diede tutte le cartucce che aveva pronte, e casse di polvere e quei tre cannoni e quant'altre cose poté. E tutto fu caricato e condotto a Talamone, dov'egli stesso volle recarsi per veder Garibaldi e la spedizione. Vollero accompagnarlo due suoi ufficiali, e insieme il maggior Pinelli che comandava un battaglione di bersaglieri, diviso tra Orbetello e Santo Stefano. Temeva questi che quei soldati gli scappassero mezzi per imbarcarsi con Garibaldi, e voleva pregarlo di non riceverli a bordo. Il Generale accolse tutti con grato animo, ma non senza pensare che al Giorgini dovevano seguire de' guai. E gliene seguirono, perché il povero Comandante fu poi tenuto a lungo nella fortezza di Alessandria sottoposto a Consiglio di guerra; ma alcuni mesi dopo, nel tripudio della patria, fu mandato sciolto di pena.
Ora dunque la spedizione possedeva anche delle artiglierie, e bisognava formare il corpo dei Cannonieri. A ordinarli e comandarli venne messo il colonnello Vincenzo Orsini, che per questo dovette lasciare la 2° Compagnia cui si era appena presentato. Egli chiamò a sé quanti avessero già militato nell'artiglieria, e ne trovò una ventina. Ai quali ne aggiunse dieci altri, inesperti nell'arma, ma studenti quasi tutti di matematica nell'Università di Pavia. E fu di questo numero Oreste Baratieri, giovinetto sui diciannove, pigliato appunto allora dalla fortuna che non lo abbandonò più per trentasei anni, e doveva elevarlo tanto da farlo brillar come un astro e spegnerlo poi in un giorno, come nulla, nel buio. Egli aveva allora compagni in quell'artiglieria strana, giovani come lui, Luigi Premi da Casalnovo, Arturo Termanini da Casorate, saliti poi anche essi nell'esercito nazionale e assai alti, ma senza clamori. Vi aveva Domenico Sampieri di Adria, uomo di trentadue anni, avanzo della difesa di Venezia e degli esigli di Smirne e d'Epiro, e divenuto anch'egli Generale dell'esercito nazionale. Rimasto oscuro e modesto, vi si trovava insieme ad essi Giuseppe Nodari, da Castiglione delle Stiviere, anima d'artista, che dappertutto laggiù avea sempre la matita in mano a schizzare dal vero bivacchi, fatti d'arme e figure caratteristiche, delle quali s'ornò poi la casa dove morì medico, trentott'anni di poi. E giovane mistico, nato per ogni sacrificio, vi stava bene col Nodari l'ingegnere Antonio Pievani da Tirano, che già deliberato a farsi frate, solo quando fu finita l'opera di rifar la patria, entrò nei Francescani, per andar missionario nel mondo barbaro. E invece, tradito dalla salute, morì nel 1880, in una cella del convento di Lovere, sul lago d'Iseo, sulle cui rive deliziose eran nati quattro compagni suoi nei Mille, Zebo Arcangeli, Gian Maria Archetti, Carlo Bonardi e Giuseppe Volpi, questi ultimi due a lui carissimi e morti in guerra.
Poiché ormai quel piccolo esercito aveva tutte le sue membra fuorché il Genio, fu ordinato anche questo: una dozzina e mezza di operai, di macchinisti, d'ingegneri, con Filippo Minutilli da Grumo d'Appula per Comandante, uomo di quarantasette anni, severo, di poche parole, cui si leggeva in viso, e certo lo aveva dentro, qualche profondo dolore. Pativa l'esilio dal 1849; era stato in Oriente, in Malta, in Piemonte; lasciava in Genova coi figliuoli la moglie, eroica donna messinese, che si era sentita il cuore di cucire per lui la camicia rossa, e di scendere alle porte di Genova, a dirgli addio, mentre egli passava per andar a Quarto ad imbarcarsi.Luogotenente del Minutilli fu l'ingegnere Achille Argentino, uno dei liberati l'anno avanti dalle galere di Re Ferdinando, dei quali si è detto.Formati così anche i piccoli corpi dell'Artiglieria e del Genio, gli uomini che vi appartenevano andarono a piantar sul Piemonte un piccolo laboratorio. E subito, e i giorni dipoi, pur non avendo strumenti, fabbricarono scatole di mitraglia con ogni sorta di rottami e di lamiere di ferro rinvenute nelle stive dei due vapori. Con le lenzuola di bordo fecero sacchetti per le cariche da cannone, e fabbricarono cartucce da fucile, metà delle quali passarono sul Lombardo.

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Statale 106: Praticò chiede attenzione

Qualche giorno fa abbiamo parlato dell'indegno taglio, previsto dalla finanziaria, dei fondi destinati al compartimento calabrese dell'ANAS. Facevamo notare come ciò impossibilitasse l'ANAS alla corretta gestione di parecchie strade calabresi fra cui la SS 106. Il responsabile zonale del basso-jonio della Feneal-Uil, Salvatore Praticò da Il quotidiano della Calabria ci fa eco. Ecco cosa dice:

"L'eterno ed insoluto dibattito che ruota attorno alla famigerata Statale 106 vede quotidianamente note stampa, dichiarazioni e quant'altro, ma ad oggi nulla di concreto. L'importante arteria jonica era e rimane un cimitero. La vergogna della S.S. 106 è uno schiaffo a qualsivoglia ipotesi di sviluppo locale.E' notizia di alcuni giorni addietro che il CdA dell'Anas ha esaminato ed approvato il progetto esecutivo dei lavori di costruzione della variante all'abitato di Palizzi, lotto secondo, dal km 49.485 al km 51.750l progetto esecutivo ­ prosegue Salvatore Praticò - affidato mediante appalto integrato alla Società Italiana Condotte d'Acqua SPA, aggiudicataria dei lavori per complessivi 116,5 milioni di euro, prevede la realizzazione di un tracciato di 3,7 km, caratterizzato da due viadotti, uno sulla fiumara Palizzi e l'altro sulla fiumara Simmero, e da quattro gallerie. Questa notizia appare come una goccia in un mare-magnum di gravissimi problemi Accogliamo con piacere l'attivismo del consigliere regionale Cherubino e lo invitiamo ad andare avanti, facendo della 106 una questione vitale dell'attività governativa regionale. Il drastico taglio dei fondi destinati all'Anas, previsto in finanziaria, fa si che parecchi progetti in itinere rimarranno solo nel libro dei sogni. La fascia jonica-reggina è abbandonata da tutto e da tutti ­ e chiediamo dunque uno sforzo unitario per far uscire dal sottosviluppo questo sventurato territorio".

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La storia dei Mille - Capitolo XIV

Il corpo sanitario

Più necessario allora che non l'Intendenza, fu ordinato anche il Corpo sanitario, sotto il vecchio dottor Pietro Ripari da Solarolo Rainiero, che de' suoi cinquantott'anni ne aveva passati molti nelle carceri dell'Austria e del Papa. Ma per tormenti che vi avesse durati, non si era mai stancato di adorare la propria idea, e tant'era che per essa, con l'età che aveva, lì si metteva al caso d'andare a sperimentare anche le galere del Borbone e a finir la vita tra i ferri. Aveva con sé Cesare Boldrini, mantovano, uomo di quarantaquattro anni, e Francesco Ziliani del bresciano, di ventotto, valenti medici e bravi soldati. Il Boldrini, nel seguito della guerra, volle poi essere soltanto ufficiale combattente. E il 1° ottobre cadde a Maddaloni, comandante di un battaglione rimasto celebre col suo nome; consolazione grande questa al prode nei dolori che durarono due mesi a consumarlo e a farlo morire. Il Ziliani bellissimo, robustissimo e giocondo, per qualche cosa che aveva nel far suo metteva la soggezione, e temperava solo con la sua presenza anche i più spensierati e chiassosi. Dove egli capitava, fossero pur allegri i discorsi, tutti diventavano serii, le lingue si facevano caste, di cose frivole nessuno sapeva più dirne. Crebbe su agli alti gradi, ma non se ne volle giovare: tornò modestamente alle case patriarcali da dove non uscì che per le altre guerre; vi si chiuse alla fine a farsi crescere intorno una famiglia secondo il suo cuore, e in mezzo ad essa invecchiò, ricordando ed amando i campi e le plebi.Altri medici in quel piccolo corpo erano Oddo-Tedeschi d'Alimena e Gaetano Zen di Adria; e del resto se ne trovavano sparsi in tutte le compagnie, combattenti dei migliori e da combattenti infermieri. A Calatafimi ne furono visti tra un assalto e l'altro deporre il fucile, tirar fuori ferri e bende, curare qualche ferito; ripigliar su l'arma, e andar a farsi ferire.
*
La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati; e così come questi un centinaio di medici, un mezzo centinaio di ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci pittori o scultori, parecchi scrittori o professori di lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi. V'era anche una donna, Rosalia Montmasson savoiarda, moglie di Crispi, che volle seguir il marito in quel pericolo; poi centinaia di commercianti e centinaia di artefici, operai il resto, contadini quasi nessuno.Non sarà inutile aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore e centrale, con forse un centinaio di siciliani e napolitani tornanti dall'esilio. Non ve n'erano affatto delle provincie di Aquila, Benevento, Caltanissetta, Campobasso, Chieti, Caserta, Forlì, Pesaro, Ravenna e Siracusa. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro d'America, e questi era Menotti, il figlio del Generale.Di quel centinaio di meridionali trentacinque appartenevano alla parte peninsulare del Regno; gente degna davvero tutti. Ma sette di essi erano venerandi per chi sapeva la storia dei loro dolori. Avevano portato per dieci anni la catena negli ergastoli di Procida, di Montefusco o di Montesarchio; condannati a trenta, a venticinque, a vent'anni di ferri per amore di libertà. Ma il 9 gennaio del 1859, proprio la vigilia del giorno in cui Vittorio Emanuele diceva, lassù, lontano, nel Parlamento piemontese, la sua storica frase delle 'grida di dolore'; avevano ricevuto laggiù col gran Poerio, col Settembrini, con Silvio Spaventa, la beffarda grazia di andar banditi, deportati in America. Re Ferdinando, sentendosi divenuto odioso a tutta Europa, che lo chiamava da un pezzo negazione di Dio, aveva voluto dare quel segno della sua clemenza, a sessantasei delle sue vittime. Di queste si sa il viaggio a Cadice, la liberazione avvenuta a bordo nell'Atlantico per opera del figlio di Settembrini, la discesa a Cork in Irlanda e il rifugio in Piemonte. Ora di quei sessantasei, sette erano lì che se n'andavano tra i Mille, come sette vendette. Bisognava esser nati con cuori veramente eroici per mettersi dopo tanto patire a quel passo, o aver lo spasimo di riveder lui il Re crudele; e poiché egli era già morto, incontrarsi almeno con qualche suo rappresentante per afferrarlo al petto e farlo domandar pietà. Questo diciamo noi, forse perché in generale siamo ancora tanto deboli, che ci compiacciamo di pensar da violenti; ma que' sette erano forti e miti. Allora non erano più nel fior degli anni. Achille Argentino ingegnere di Sant'Angelo dei Lombardi ne aveva trentanove; Cesare Braico, medico di Brindisi, trentasette; Domenico Damis, gentiluomo di Lungro, trentasei; Stanislao Lamnesa, legale di Saracena, quarantotto; Raffaele Mauro, gentiluomo di Cosenza, quarantasei; Rocco Morgante, farmacista da Fiumara, cinquantacinque; Raffaele Piccoli di Castagna diacono, quarantotto. E Mauro aveva a casa cinque figliuoli, Lamensa quattro. Non li avevano più veduti dal 1849, anno della loro condanna; ora andavano a ritrovarli per quella via. Parlavano poco, ma se dicevano gli orrori delle galere nelle quali erano stati, a quelli che ascoltavano avveniva di augurarsi che essi vi fossero ancora chiusi, d'aver dieci vite, d'andar a darle tutte per liberare da tante miserie dei cristiani come loro. Al paragone quelle dello Spielberg dovevano esser state sopportabili, umane. Ma ce n'erano ancora tanti altri negli ergastoli del Regno! Tutto il Regno era un carcere, dunque era bello andare a sfondarlo.

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I canadair dello Stretto spostati a Lamezia Terme

Dopo le buone notizie, per l'aeroporto dello Stretto, giorni addietro erano iniziati i nuovi voli per Bologna, Torino e Venezia, ecco che puntuale arriva sul Tito Minniti e sui reggini l'ennesima doccia fredda. Si vocifera che i due canadair della protezione civile con base al 'Tito Minniti', saranno trasferiti dal 15 gennaio all'aeroporto di Lamezia. Se la notizia dovesse essere confermata si tratterebbe di una penalizzazione per la città da parte dei vertici della Protezione civile, peraltro difficile da spiegare almeno secondo la logica che presuppone un presidio aereo in un territorio dove gli incendi, nel periodo estivo, sono all'ordine del giorno. L'amministratore unico della Sogas, Pietro Fuda,interpellato da alcuni giornalisti si esprime così:"Dobbiamo prendere atto del fatto che chi osteggiava l'aeroporto dello Stretto continua ad essere attivo, e sta cercando nuove sponde, non solo geografiche, per limitarne la crescita e lo sviluppo. Dobbiamo convincerci delle potenzialità del Tito Minniti, che potrebbe servire un bacino d'utenza immenso, rappresentato dall'intera area dello Stretto, creando i presupposti per un vero sviluppo infrastrutturale del nostro territorio. Ma per giungere a tale traguardo, che non è così irreale né così lontano, dobbiamo essere tutti convinti, dobbiamo lavorare per il medesimo obiettivo, unendo le forze politiche, amministrative, culturali, sociali, imprenditoriali ed associazionistiche al servizio del territorio". Insomma non da ufficialità alla notizia, ma di fatto non la smentisce. Sembrerebbe, quindi, che Roma ancora una volta abbia preso in piena autonomia l'ennesima decisione sbagliata sulla testa dei reggini .

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Le avventure dello Zar Loris, il Diabolico


1. L'estate montebellese
Iniziamo le avventure di un personaggio a fumetti, lo Zar Loris, che si annida nei siti del nostro territorio di Montebello e che, in quanto a diabolico, nessuno può tenergli testa. Anzi, la testa la piegano tutti di fronte a lui, per rendergli ossequio.
Vediamo cosa ordina il Diabolico il 28 luglio 2005 ai suoi collaboratori con l'ordinanza n.77: avendo egli organizzato nel periodo estivo, su tutto il territorio comunale, varie manifestazioni musicali, teatrali, ecc, al fine di allietare il soggiorno dei turisti e di offrire ai cittadini momenti di intrattenimento, e che è intendimento suo e dei suoi collaboratori pubblicizzare il programma delle manifestazione organizzate attraverso la pubblicazione su un quotidiano a diffusione locale; DELIBERA così di demandare ad un Responsabile l’adozione di ogni atto necessario per la pubblicazione del programma “Estate Montebellese 2005” relativo alle manifestazioni organizzate. Tutti e sei i suoi collaboratori sono stati d'accordo, naturalmente. Una proposta simile, fatta il 28 luglio, da mettere sul giornale a fine mese, cioè quasi alla conclusione dell'estate, soltanto una mente diabolica la poteva concepire...E soltanto dei collaboratori diabolici la potevano accettare. E soltanto dei cittadini diabolici potevano leggere la pubblicazione.

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L’ultima missione di Franco Fortugno


Son passati 3 mesi dall'uccisione di Franco Fortugno e noi lo vogliamo ricordare con un articolo di Romano Pitaro apparso sul mensile del Consiglio regionale "Calabria" del novembre scorso, che ripercorre l'ultima sua missione, al Columbus Day di New York.
Con le braccia intrecciate, Franco Fortugno sfoggiava quella sera il suo sorriso mite di sempre. Era andato via in taxi in direzione del quartiere Tribeca, assieme a sua moglie, dalla Gran Central Station, dove aveva partecipato al cocktail party della Columbus Foundation e chiacchierato con Larry Auriana, uno dei massimi esperti di borsa a Wall Street e presidente della Foundation. Chissà se il vicepresidente del Consiglio regionale, stanco ma affascinato dalla vivacità di New York, sprofondato in una sedia intorno ad un tavolo del ristorante giapponese Nobu, lui così discreto e restìo ai clamori, immaginava che la sua morte avrebbe scatenato un putiferio. Che sarebbero scesi nel profondo Sud dell’Europa gli inviati di prestigiosi giornali americani, francesi, inglesi. Per saperne di più sul suo assassinio, sulla ‘ndrangheta. Non immaginava, mentre la conversazione spaziava leggera dal prelibato tonno servito con salse peruviane ai nuovi impegni della Regione nella Grande Mela, che lui a New York, città che l’aveva conquistato, non ci sarebbe tornato mai più. Né che la sua morte avrebbe provocato un sommovimento straordinario. Un dibattito in Consiglio regionale. Il sopraggiungere a Reggio Calabria del Presidente della Repubblica. Un dibattito in Parlamento e “il risveglio dei grandi partiti sul caso Calabria”, come ha notato monsignor Bregantini. Dopo il suo assassinio la Calabria non è più la stessa. E il paese la guarda diversamente. Non più terra dove i politici sono collusi , tutti mestatori e chiùpilupetutti. Ma dove l’assassinio di un politico perbene scatena una solidarietà ampia. Interminabile. Ci sono anche politici buoni, anche politici che quando muoiono strappano emozioni nei giovani. Nella gente. E suscitano sdegno. Dolore, commozione, rabbia. Ha detto il sindaco di Locri, Carmine Barbaro: “Adesso siamo tutti arrabbiati!”. La ‘ndrangheta ha visto male. Ha colpito il “politico di ogni giorno”, come è stato definito Fortugno. Quello che non ha agganci mafiosi e non sfoggia l’arroganza del potere. Che parla con la gente e ne incarna le istanze. Ha colpito e provocato una reazione che ha tutta l’aria di essere assai seria. Fortugno può essere il seme morto del Vangelo che produce frutto. L’assassino del vicepresidente del Consiglio ha umanizzato la politica calabrese. Ha fatto vedere al Paese che la politica in Calabria non è soltanto mele marce. E’ anche cortesia, disponibilità. Umanità. Capacità di stare nel Palazzo senza degenerare. In quella serata newyorkese, Fortugno non immaginava che la morte lo stava già spiando. Era pieno di vita, la moglie accanto. Raggiante. La sera prima aveva completato la sua missione all’estero da capo delegazione del Consiglio, cenando assieme al Governatore del West Virginia e ottenendo l’impegno di una visita ad aprile in Calabria di Joe Manchin III. Sembrava un’impresa impossibile incontrare il Governatore, visto che il viaggio aveva subito dei ritardi, ma Fortugno c’era riuscito. Tutto era andato bene. La premiazione dei calabresi illustri di New York, l’accordo con Manchin. La sfilata del Columbus Day: Fortugno aveva voluto che a tutti i costi, per la prima volta, il Consiglio sfilasse con la Giunta. Insieme sulla Fifth Avenue, “perché – diceva – siamo una sola famiglia. E’ un’assurdità fare due cose diverse in una città come New York. Che idea daremmo della Calabria? Immaginava quella sera, mangiando poco perché il sushi non gli andava a genio, il ritorno in Calabria del nipote di uno dei minatori di San Giovanni in Fiore che hanno reso grande l’America e lavorato nella miniera di Monongah. Rideva quando ipotizzavamo un colloquio impossibile fra il nonno Manchin I, calabrese analfabeta dei primi del Novecento, e il nipote, Manchin III, studi in economia e oggi l’uomo politico più importante dello Stato del West Virginia. Cosa si sarebbero raccontati? Rifletteva Fortugno. Non sapeva, abbracciando la moglie e ritornando in albergo sotto la pioggia di New York che, in qualche luogo, qualcuno o più d’uno, avevano deciso la sua condanna a morte. Restava solo da capire dove, come quando. L’idea di rappresentare la Regione all’estero per intrecciare relazioni con le tante “Calabrie” sparse nel mondo lo avvinceva. Non immaginava che un killer l’avrebbe messo fuori gioco pochi giorni dopo il suo rientro in Calabria dagli Stati Uniti. Tolto di mezzo con cinque colpi di pistola. Davanti a tutti e in un seggio elettorale. Nessuno l’immaginava. Fortugno era un politico al di sopra di certe contaminazioni. Perbene. Si dice così di un uomo che non ha rapporti con la mafia e che non sperpera risorse pubbliche. Oggi la sua morte scuote la Calabria fin nelle fibre più remote. Scuote la politica. I calabresi. Suscita polemiche. S’incendiano le coscienze. I giovani scendono in piazza. Scrivono di ‘ndrangheta firme prestigiose sui quotidiani. Si muovono pezzi dello Stato. Prima di partire per gli Stati Uniti ho ciccato il suo nome sulle agenzie di stampa e non è apparsa che una pagina bianca. Ho rifatto la stessa operazione l’altro giorno e Fortugno era presente ovunque. La sua fine l’ha reso celebre, e lui questa celebrità naturalmente non l’ha richiesta. Anche per questo la sua morte ci mette paura. E fa riflettere su chi siamo e chi potremmo diventare. Sul destino che gioca con le nostre carte e sui mutamenti che si hanno quando altri le mischiano a nostra insaputa. Si discuterà tantissimo nei giorni a venire. Fortugno rimarrà indelebile, anche perché l’Aula del Consiglio regionale porterà il suo nome. Ottima scelta. Sicuramente qualcosa accadrà nei prossimi mesi. Lo Stato reagirà. Certamente noi saremo diversi. Anche se, almeno per chi l’ha conosciuto, il sorriso buono di Franco Fortugno, medico ed onorevole cortese, sarà l’assenza che intristirà l’Astronave istituzionale.

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Famiglia Cristiana intervista il Presidente della Regione Agazio Loiero


La Calabria ha fatto un sogno
Agazio Loiero, presidente della Regione Calabria, vive blindato e un po’ se ne vergogna: “E’ una spesa enorme per lo Stato”.
Vede scorrere le città dietro i vetri corazzati dell’auto, sceglie percorsi sempre diversi, decide per il treno, la macchina o l’aereo all’ultimo minuto.
-Presidente, ha paura?
“Non sono un eroe, ma non mi sento solo. Sono stato anche ministro, ma non avevo mai sentito così vicina la gente come ora. Sono esposto, è vero. L’assassinio di Fortugno era chiaramente un messaggio diretto a me”.
-Però quell’omicidio ha creato un movimento spontaneo e totalmente inedito di protesta…
“Certo e mi ha meravigliato. Nella Locride prima di Fortugno sono state uccise 24 persone e non sono mai stati trovati né il mandante né i sicari. Significa che ci sono un dominio assoluto della criminalità e una rete di omertà fittissima. La gente per strada incontra l’antiStato più che lo Stato”.
- La responsabilità di chi è?
“C’è stata negli ultimi anni negligenza da parte dello Stato. Dopo l’omicidio Fortugno, il ministro dell’Interno ha inviato il prefetto Luigi De Sena, un dirigente di altissima qualità, e ha mandato nuove forze dell’ordine. Ma dove c’è una criminalità molto agguerrita, ricca e pervasiva, perché lo Stato possa dare una risposta occorre una combinazione di elementi di carattere sociale, economico, investigativo e di intelligence. Non vorrei caricare il prefetto di troppe responsabilità: tra l’altro, mi risulta che sia senza un quattrino e non sappia cosa fare. Il Governo ha altri problemi”.
-E la magistratura?
“Il Csm ha grandi responsabilità. Nelle zone più esposte come la Calabria, deve impegnarsi per coprire bene i posti in organico. Il fatto che proprio a Locri la sede del procuratore della Repubblica sia rimasta vacante per mesi non è la risposta giusta alla criminalità. C’è un’attitudine diffusa all’illegalità. La si vede anche dalle piccole cose: si va in moto senza casco, non si rispettano i sensi unici. Vedo in giro una sorta di assuefazione che crea i presupposti a una normale illegalità. Questo è il principale problema”.
-Chi deve agire per primo?
“Intanto diciamo chi non ha mai agito finora: la famiglia e la scuola”.
- E la politica?
“Le collusioni sono enormi. E purtroppo, da noi, normali. Lo Stato, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, si è concentrato sulla Sicilia e ha permesso alla mafia calabrese di crescere a dismisura. L’organizzazione criminale da noi è di tipo parentale: le famiglie si dividono il territorio e incentivano i matrimoni tra loro. Il vincolo del sangue ha ancora un’importanza enorme e anche per questo sono pochissimi i pentiti della ‘ndrangheta. Oggi la criminalità calabrese è la più forte del mondo”.
-Lei si è fatta una ragione dell’omicidio di Francesco Fortugno?
“Intanto, stabiliamo che si è trattato di un omicidio di mafia e che chi ha ucciso ha voluto dare un segnale. Fortugno era un cacciatore, non aveva scorta, bastava aspettarlo all’alba in campagna. Invece il sicario ha scelto la domenica delle primarie dell’Ulivo, ha sparato al seggio, è uscito tranquillo ed è sparito nel nulla. Tutto ciò ha un altissimo valore simbolico. Finora la ‘ndrangheta non aveva mai ucciso un politico e si era limitata alle intimidazioni. Questa volta ha agito per dire chiaramente al Governo regionale che non piacciono le sue scelte. Fortugno era mio amico”.
-Ma lei, presidente, cosa ha fatto?
“Abbiamo avviato quattro o cinque cose. Non so dire quale abbia turbato di più. Intanto, ho mandato a casa, per legge, gli uomini, una settantina, nominati dalla Giunta precedente di Centrodestra nei posti di comando poco prima della fine del mandato. E’ stata una cosa indecente: ho trovato nomine fatte il 2 aprile e si votava il 3. Abbiamo vinto tutti i ricorsi tranne due, perché le nostre ragioni al Tar sono state sempre accompagnate da una relazione della Corte dei conti sullo stato disastroso degli uffici. Poi abbiamo deciso una cosa che da noi può apparire rivoluzionaria. Il trasferimento delle funzioni amministrative alle Province e ai Comuni. La Regione è solo un ente di programmazione. E’ ovvio che chi aveva un sodalizio collaudato e forte in Regione è stato turbato. Abbiamo deciso di costituirci parte civile in tutti i processi di mafia, perché danneggia l’immagine dello Stato. In uno di essi abbiamo chiesto 3 milioni di euro di danni a una cosca e gli imputati hanno ricusato il giudice. Abbiamo redatto dopo 35 anni il bando per la costruzione della “cittadella” della Regione Calabria, che attualmente paga l’affitto di 382 appartamenti, spendendo ogni anno circa 6 milioni di euro. Quanti interessi abbiamo toccato? Infine la sanità, che assorbe il 65 per cento del nostro bilancio. Nelle Asl le collusioni mafiose sono enormi. Abbiamo portato da fuori 13 nuovi manager per cercare di iniziare la decontaminazione mafiosa delle istituzioni”.
- Il ponte sullo Stretto non c’entra niente? Perché si parla solo di interessi della mafia siciliana?
“Bella domanda. Io sono contrario al ponte e lo dico con estrema franchezza. La ‘ndrangheta ha forse più interessi della mafia siciliana, ma non si dice mai. Probabilmente è una questione di mentalità. La Calabria è la Regione più abbandonata d’Italia. E ciò permette alla nostra mafia di prosperare. Mentre la magistratura e la società civile siciliane si preoccupano, da noi tutto tace e la ‘ndrangheta ringrazia”.
-Scusi, perché si è candidato?
“Perché mi sentivo male, ferito nell’orgoglio di calabrese. Quando ho visto i giovani di Locri dopo l’omicidio di Fortugno ho capito che avevo scelto bene. E’ stata la manifestazione più significativa degli ultimi 50 anni in Calabria. Siamo stati eletti con 20 punti in più del Centrodestra. Il messaggio della gente era chiaro, io devo cambiare le cose. Ho cominciato a scalfire la crosca illegittima che copre la società. E’ evidente che molti si sentono sotto scacco e che qualcuno può cercare di opporsi anche con le pallottole. In tre occasioni me ne hanno mandate una buona manciata. Poi hanno ucciso Fortugno. Le ripeto: ho la giusta paura che mi fa andare avanti”.
-La Chiesa di Calabria l’aiuta?
“Molti preti parlano. Da noi è dal pulpito che si smuovono le coscienze. Bregantini, il vescovo di Locri, è l’esempio per tutti. Dobbiamo stargli vicino”.

Intervista di Alberto Bobbio

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La storia dei Mille - Capitolo XIII

L'Intendenza

Poiché la spedizione doveva avere una Intendenza, questa fu formata sul serio, benché in verità, la cassa di guerra non contenesse che trentamila povere lire. E vi fu messo a capo Giovanni Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, il quale andava rivendicando nelle cospirazioni e nelle guerre l'onor del nome, macchiato da uno del casato che aveva venduto l'ingegno e le lettere all'Austria, prima ch'egli nascesse. Aveva compagni Ippolito Nievo, Paolo Bovi, Francesco De Maestri e Carlo Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che parevano intervenuti per dire ai giovani: "Vedete che cosa ci si guadagna? Eppure non fa male!" In quanto al Nievo andava tra quella gente, per dir così, come Orfeo tra gli Argonauti. Chi lo guardava indovinava che era già grande, o che era destinato a divenirlo. Egli era noto per due suoi romanzi sentimentali: 'Angelo di bontà' e 'Il conte pecoraio'; e anche si sapeva da qualche amico suo che ei stava lavorando alle sue maravigliose 'Confessioni d'un Ottuagenario', e che le lasciava imperfette per accorrere alla grande impresa. Diceva egli stesso che gli sarebbe tanto rincresciuto morire senza averle finite! Nel 1859 aveva cantati gli 'Amori garibaldini', liriche scintillanti come spade, scritte sull'arcione cavalcando alla guerra di Lombardia, e stampate sul punto di partire per la Sicilia. E, 'Partendo per la Sicilia', fu appunto il titolo che egli dava all'ultima, non uscita dal suo petto ma rappresentata nella pagina da una fila di interrogativi. Forse egli presentiva che non sarebbe più ritornato? Difatti spariva dal mondo nel marzo del 1861, in una notte di tempesta nel Tirreno, con un vapore che fu ingoiato, passeggeri e tutto, dalle acque. Perì in lui il poeta che avrebbe cantato davvero l'Epopea garibaldina; e un cadavere che fu creduto lui, venne poi trovato sulla riva d'Ischia, l'isola dei poeti.

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Un mln di euro per le spiagge calabresi

"Gli arenili e le spiagge calabresi, costituendo una parte consistente del territorio regionale, sono un patrimonio di inestimabile valore per l'equilibrio ambientale e lo sviluppo turistico della regione" inizia così l'assessore Michelangelo Tripodi commentando la delibera con cui la Giunta regionale, ha autorizzato la spesa di un milione di euro per la realizzazione del progetto "Predisposizione delle linee metodologiche per la redazione dei Piani di utilizzazione degli arenili e dei piani spiaggia" "Per la Regione -continua Tripodi - programmare in maniera armonica la loro tutela, e anche la loro funzione di motore della crescita economica, significa innanzitutto porre gli Enti locali nelle condizioni di poter elaborare una pianificazione dettagliata, esaustiva e coerente con gli obiettivi complessivi che discendono dell'interesse pubblico". La redazione di questo progetto vedrà coinvolto, oltre al dipartimento Urbanistica, anche le Università calabresi, l'assessorato regionale ai Trasporti e il Demanio"Coerentemente con gli indirizzi stabiliti dall'art.3 della legge urbanistica - aggiunge ancora Tripodi - la futura pianificazione degli Enti locali, anche in questa materia, verrà definita sia attraverso la comparazione dei valori e degli interessi coinvolti, sia sulla base del principio generale della sostenibilità ambientale dello sviluppo. La Regione deve pertanto indicare in maniera chiara, in modo cioè che siano ridotti al minimo i rischi che sono spesso in agguato quando una materia è ostaggio della deregolamentazione, le linee metodologiche a cui dovranno attenersi i Piani spiaggia e i Piani di utilizzazione degli arenili, che l'Ente intende soprattutto come strumenti urbanistici che devono essere tesi a promuovere la salvaguardia, la valorizzazione e il miglioramento delle qualità ambientali. La nuova metodologia che indicheremo - ha concluso l'assessore all'Urbanistica - dovrà contemperare le risposte in termini di legge alle normali esigenze degli operatori, con gli interventi che l'amministrazione pubblica deve assicurare per garantire l'interesse legittimo dei cittadini che vogliono veder tutelato il loro diritto di accesso a queste come ad altre aree pubbliche".

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La storia dei Mille - Capitolo XII

Le Guide

Mancavano i cavalli, né c'era tempo di far una corsa nella vicina Maremma a pigliarne un branco al laccio, ma le Guide furono ordinate lo stesso. Erano ventitré. Le comandava il Missori, l'elegantissimo milanese, passato dal culto delle eleganze a quello delle armi, e come da prode lo seppero tutti. Basti che in quella guerra l'Italia dovette a lui e a pochi altri se a Milazzo Garibaldi non fu sopraffatto e ucciso da un branco di cavalieri napoletani, che essi a rivoltella sgominarono, mentre il Generale che si trovava a piedi poté, uccidendolo, liberarsi dal capitano di quelli ruinatogli addosso furioso, menando fendenti.Sergente delle Guide era Francesco Nullo, il più bell'uomo della spedizione. Aveva trentaquattro anni, era mercante come Francesco Ferrucci. Allora gli entrò la passione di cavalier di ventura dell'umanità, e non ebbe più requie finché non gliela diede tre anni di poi, nel cimitero di Miekov, il generale russo che ve lo seppellì con onori militari da generale pari suo. Sapeva quel russo di dover andare punito nel Caucaso, ma nonostante, a quella nobile figura di morto volle mostrare il suo nobile cuore di uomo.Compagni più che sottoposti al Missori e al Nullo, erano certi degni uomini come Giovan Maria Damiani da Piacenza, che a sedici anni aveva combattuto a Novara, dove gli era morto un fratello; e Giuseppe Nuvolari da Roncoferraro nel Mantovano ricchissimo di possessioni e già sui quaranta; due puritani, niente allegri, provati nell'esilio, pensierosi sempre, quasi scontrosi.Semplice guida era Emilio Zasio da Pralboino, di ventinove anni, che uscito di modesta casa pareva figlio di principi, tanto ambiva le cose signorili; fantastico, impetuoso, temerario e nell'amare e nel volere sempre grandioso. Luigi Martignoli, da Lodi come Fanfulla, che a trentatré anni doveva morire a Calatafimi, somigliava un po' al Zasio nel portamento non nella bellezza; ma bello ancor più di Zasio era il conte Filippo Manci da Poro nel Trentino, giovinetto di ventun anni. Tutti e due furono infelici. Sopravvissuti a quelle guerre e alle altre venute dopo, dovevano finire quasi insieme nel 1869, col raggio della mente già spento per dolori così crudeli, specie quelli del Manci, che chi li conobbe ingiuriò la morte perché non se li aveva presi quando le andavano incontro sani d'anima e lieti.E poi tra quelle Guide erano scritti l'avvocato Filippo Tranquillini e Egisto Bezzi trentini anch'essi come il Manci; Domenico Cariolato da Vicenza, che di ventiquattro anni era già un veterano della difesa di Roma; il medico Camillo Chizzolini da Marcaria e l'ingegnere Luigi Daccò da Marcignano giovanissimi tutti, che parevano figli del sessagenario Alessandro Fasola novarese, già carbonaro nel 1821 col Santarosa, profugo, poi soldato di tutte le guerre sino a quella del 1859, e che ora correva a quell'impresa romanzesca con la baldanza d'un giovanetto che fa la sua prima volata fuori casa.

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Comitati territoriali di ordine e sicurezza

Il prefetto di Reggio Calabria, Luigi De Sena, d'intesa con il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, ha disposto la ricostituzione dei Comitati di indirizzo per la sicurezza e la legalità. I comitati saranno territoriali, ne avremo, quindi, uno per la Jonica, uno per la Tirrenica, uno per l'area di Reggio città.Vista l'emergenza locride, sarà proprio quello della Jonica il primo comitato ad essere attivato.La sede operativa sarà impiantata nel comune di Locri.
La composizione dei Comitati prevede la presenza delle Forze di polizia, dei rappresentanti dell'amministrazione comunale sia di maggioranza che d'opposizione, dei responsabili della Polizia municipale e dei servizi sociali. Il protocollo d'intesa è stato trasmesso ai sindaci della Jonica per l'approvazione dei rispettivi consigli comunali e l'indicazione dei componenti dell'amministrazione. I compiti dei comitati, di natura preventiva e di monitoraggio, si articoleranno in quattro livelli di attività:
  1. Consulenza e indirizzi per le attività di controllo sul territorio.
  2. Costituzione di osservatori sulla sicurezza.
  3. Sostegno e verifica delle attività delle amministrazioni locali.
  4. Valutazione di progetti di sicurezza sociale da inserire nel PON Sicurezza per lo sviluppo del Mezzogiorno d'Italia.

Coordinatore dei comitati sarà il viceprefetto Giuseppe Priolo.

Questa iniziativa potrebbe essere un'inizio concreto di quella maggiore presenza dello Stato nella Prov. di Reggio Calabria, tante volte richiesta negli ultimi tempi.

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La storia dei Mille - Capitolo XI

I Carabinieri genovesi
Ora ecco i Carabinieri genovesi, quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, mazziniani ardenti, armati di carabine loro proprie, esercitati nel tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
Li comandava Antonio Mosto, tutto di Mazzini, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano come per guardare se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva in sé. Quanto al coraggio, era per lui cosa tanto naturale, che non poteva credere vi fosse altri che non ne avesse. In tutta la campagna i borbonici non ebbero per lui una palla, ma il cuore glielo straziarono uccidendogli il fratello Carlo, che piantato lo studio all'Università di Pisa, aveva ripreso la carabina. E la fortuna gli serbava di tornare illeso anche dalla guerra del 1866. Ma l'anno appresso, a Mentana, una palla francese lo colpì di tale ferita, che lo rese invalido fin che nel 1880 morì.
Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano, tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, che guardava sempre con un certo piglio di rimprovero Garibaldi, perché s'era lasciato tirare dalla parte del Re. Ma lo seguiva perché gli pareva di non aver diritto di negar il suo braccio alla patria, soltanto pel motivo che la patria si andava rifacendo nel nome di un re. E lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, e, poco appresso, tediato della vita si uccise.
Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno, dei quali i tre ultimi non tornarono più; e tra tutti, quei trentasette carabinieri dovevano pagare un gran tributo fin dal primo scontro di Calatafimi, dove cinque morirono, dieci furono feriti. Ma la vittoria fu dovuta in gran parte alle loro infallibili carabine.

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Il Sindaco di Montebello Loris Nisi fa il (Re) Magio


Nuovo anno, nuova vita!!! Ha pensato così sicuramente il nostro primo cittadino avv. Loris Nisi decidendo di rappresentare il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, uno dei tre Magi a Saline.
Non sappiamo quale dei tre (Baldassarre, Melchiorre, Gaspare) ha scelto di fare, però fatto stà che chi non ha avuto la fortuna di vederlo all’opera nella veste di Magio, si è perso un autentico spettacolo. Non capita tutti gli anni di assistere ad un Sindaco che fa il Re Magio!
A questo punto mi chiedo (e si chiederanno i cittadini di Montebello): quali sono state le motivazioni alla base di questo gesto simbolico? Sono sul tappeto due ipotesi (ma i lettori possono farci pervenire delle altre, se ne hanno).
La prima motivazione è che il sindaco ha voluto riaffermare la sua condizione di Rex, di Capo assoluto del comune.
Infatti, come qualcuno potrà ricordare, nel lontano anno 1999, quando cioè è stato eletto per la prima volta sindaco, l’ex consigliere provinciale Antonino Stillittano ha definito Nisi “il novello principe”, per il fatto che si fece firmare da tutti i consiglieri di allora un documento con il quale gli si dava piena ed incondizionata libertà di scelta. Stillittano disse che i consiglieri avevano portato il loro cervello all’ammasso e che una cosa simile non si era verificata neanche ai tempi di Cesare e del Podestà. Iniziava il cammino del Dux!
A dire il vero il capo dell’opposizione Ugo Suraci (lista Ramoscello d’Ulivo) iniziò una durissima opposizione per i primi 5 anni di governo Nisi. In questo periodo il sindaco ha continuato il suo ruolo di Capo – Padrone, iniziando pure a sconfessare qualsiasi critica giungeva alle sue orecchie. Insomma un Berlusconino di casa nostra.
Qualcuno racconta che i consiglieri della sua maggioranza, tanto erano obbedienti ai diktat del Capo, quando in Consiglio comunale magari volava una mosca ed il Sindaco alzava il braccio per allontanarla da sé, istintivamente i suoi fedelissimi alzavano di scatto la mano, per non perdere un’eventuale votazione, nel caso si stesse votando qualcosa.
Il ruolo di “novello Principe” il sindaco lo ha usato anche con la stampa e in particolare con il giornalista del “Quotidiano della Calabria” Vincenzo Malacrinò, al quale il primo cittadino ha impedito di scattare foto durante un consiglio comunale, adducendo un articolo del regolamento comunale, presente soltanto nella testa del sindaco. Insomma un Papa infallibile, come nelle millenarie rigide regole della Chiesa di Roma.
Dall’anno 2004, cioè da quando Loris Nisi ha ricevuto il suo secondo mandato, ha messo a tacere pure l’opposizione! Diventando Imperatore assoluto di Montebello. I capigruppo di opposizione Domenico Barbaro della lista “Centrosinistra unito per Montebello” e Ugo Suraci della lista “Sviluppo è solidarietà”, si attaccano e si abbuffano tra di loro, mentre il Dux Absolutus ride et impera. Siamo arrivati al punto che tutto il Consiglio comunale è alle dipendenze del nostro Cesare. Nessuno sembra avere più libertà di parola.
Non si prefigura nulla di buono, anzi è possibile ritenere che c’è puzza di accordi sottobanco e quindi la fine della democrazia nel nostro comune.
Quindi Montebello ha conosciuto e sta conoscendo gli effetti del Berlusconismo anche in sede locale: chiacchiere, e comando! E nessuno osa battere ciglio!!! Berlusconi si è fatto le leggi per bloccare i suoi processi mentre da noi il sindaco ha avuto (nella passata legislatura) la maggioranza di giunta rinviata a giudizio per reati contro la Pubblica amministrazione e non ha rimosso nessuno dal loro posto, quasi che la magistratura aveva commesso un abbaglio! Che analogia con il comportamento dell’uomo di Arcore!
Poco tempo fa, all’assessore ai lavori pubblici, arch. Antonino Minniti, gli è stata tolta la delega, trattenuta dal sindaco. Quali sono stati i motivi? In che cosa l’architetto ha disubbidito al Capo? Potete scommettere che i consiglieri di opposizione (che sono in numero di 5) non si sono posti neanche la domanda, figuriamoci.
E allora, ecco dove stanno portando la nostra democrazia, sotto i piedi. Il popolo non ha diritto di sapere, la verità è per pochi, come erano gli eletti del Signore per Calvino. Gli altri, che cosa vogliono? Debbono soltanto ubbidire al Dominus, spalleggiato da chi si è venduto anche l’anima (se l’aveva intatta) al Diavolo.
Data questa situazione, quindi, il sindaco ha voluto con il gesto simbolico della donazione dei doni, espletato come un Re Magio, riaffermare la sua potenza.
Seconda ipotesi: il sindaco, visto che in questi anni, proprio per i fatti che abbiamo elencato prima, ha governato senza umiltà e da padrone, senza ammettere discussioni, e non ha portato nessun beneficio alla popolazione (i doni, cioè il metano, l’industrializzazione dell’area Sipi, lo sviluppo turistico e dei prodotti tipici, la guardia medica a Montebello centro, i servizi dell’Asl a Fossato ecc.), ha deciso, pentendosi, di espiare questa sua condotta di vita politica quasi settennale con l’offrire (anche simbolicamente) alla Sacra Famiglia di Saline i doni che non ha portato ai cittadini.
E dobbiamo dire che gli è andata bene, visto che nella mangiatoia non c’era certo Gesù Bambino, ma il bambino Giovanni Franzò, che è ancora troppo piccolo per poter capire chi era veramente il sindaco Magio.

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La storia dei Mille - Capitolo X

La formazione del piccolo esercito

Sapeva Garibaldi ciò che faceva, nè in Talamone stava certo a perdere tempo. Ivi doveva trovare le munizioni da guerra o andar avanti lo stesso a pigliarle in Sicilia al nemico. Ma frattanto vi faceva dar